Potevo avere circa 15 anni quando mia madre mi fece vedere per la prima volta la copertina di una rivista di viaggi che raffigurava, nella sua maestosità, il Grand Canyon.

Ne avevo già sentito parlare, lo avevo visto in tanti documentari e film e da sempre mi aveva affascinato; al liceo la storia americana era quella che più mi appassionava, dalla scoperta di Colombo passando per le barbarie dei conquistadores, le tratte degli schiavi, i padri pellegrini che arrivano con la Mayflower nel nuovo continente, le prime 13 colonie, la dichiarazione di indipendenza, la guerra civile. Anche all’università ho trattato un argomento che, studiando lingue, in qualche modo era correlato a quella storia: come nasce una lingua creola, il risultato della fusione (per farla molto semplice) della lingua di un popolo colonizzato e del popolo colonizzatore. Io avevo presentato il caso del “patois giamaicano” la lingua parlata in Giamaica, Costa Rica e Panama, tutte colonie per l’appunto; e poi sì, avevo 20 anni e mi piaceva Bob Marley.

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Ma tornando a quella copertina patinata, fu in quel momento che il mio desiderio di visitare gli Stati Uniti e in particolare il Grand Canyon, iniziò a crescere. Avrei dovuto aspettare altri 16 anni, l’indipendenza economica e un’amica con la passione per i viaggi per veder realizzato quel sogno nel cassetto.

Dopo un viaggio on the road nel New England nel settembre del 2013, di cui sicuramente avrò modo di parlarvi, ecco che 4 anni dopo io e Laura partiamo, sempre in settembre, per la costa Ovest: da Los Angeles a Los Angeles attraversando California, Nevada, Arizona e Utah, on the road, fermandoci quasi ogni giorno in un Motel diverso, di quelli che hanno la bibbia nel comodino e la macchina del ghiaccio per intenderci.

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Arriviamo al nostro motel nel pomeriggio, dopo aver guidato per circa 4 ore e lasciando il Nevada e una Las Vegas un po’ troppo calda e finta per i nostri gusti; giusto una fermata per fare scorta d’acqua (una cosa che non deve mai mancare se vi avventurate in questi stati) ed eccoci al “Grand Canyon Plaza Hotel”, nella cittadina di Tusayan in Arizona, a soli 10 km dall’ingresso Sud del Parco. Siamo talmente emozionate e impazienti di andare subito al Canyon che ci precipitiamo alla reception per chiedere qualche informazione e farci dare una mappa; la scena è la seguente: una me completamente afona (grazie caldo secco di Las Vegas) che cerca di farsi capire con il labiale e con i gesti dall’addetto alla reception, un aitante vecchietto che mi guarda un po’ stranito, e Laura che prova ad aiutarmi nella conversazione più assurda che abbia mai sostenuto durante i miei viaggi. Ne usciamo comunque vittoriose e partiamo alla volta del Canyon.

Faccio una breve premessa per chi fosse un po’ a digiuno di informazioni e per darvi un’idea della scena che mi sarei trovata di fronte da lì a poco:

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 Il Parco Nazionale del Grand Canyon venne dichiarato tale nel 1919 e l’Unesco lo ha inserito nella lista dei patrimoni dell’umanità. Questa immensa gola, creata dal fiume Colorado, è lunga circa 446 km, profonda fino a 1857 mt e larga dai 500 mt ai 25 km. Molto prima che gli europei scoprissero per la prima volta questa meraviglia geologica, la zona era abitata dai Nativi Americani (Navajo e Hopi) che oggi sono ancora presenti ma purtroppo ridotti a una misera rappresentanza, perennemente in lotta per difendere i loro territori dal turismo di massa e dalla speculazione edilizia.

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Torniamo al nostro arrivo al parco, quel tardo pomeriggio di settembre del 2017. Il giorno seguente saremmo comunque ritornate con calma al parco per percorrere un pezzetto del famoso Bright Angel Trail e per vedere la gola con la luce del mattino, ma avevamo scommesso che saremmo entrate nel parco prima che facesse buio perciò era una questione di principio.

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Me lo ricordo bene quel momento, avevamo corso per riuscire a goderci il tramonto e fare delle foto pazzesche; devo ammettere però che non ero affatto preparata a quello spettacolo: ho fatto giusto qualche scatto ma era come se non riuscissi a catturare la magnificenza di quelle rocce colpite dagli ultimi raggi di sole.

La copertina di quella rivista che avevo riguardato centinaia di volte in camera mia finalmente lasciava spazio alla realtà:

quasi 2 miliardi di anni del pianeta terra erano messi a nudo di fronte a me, strato su strato; ricordo di essermi allontanata da Laura e di essermi isolata da tutto il resto: volevo tenere quel ricordo solo per me e dire a me stessa: “ehi, hai visto sei qui al cospetto di questa meraviglia”.

La foto che ho scattato a vederla così non è poi un granché, è solo una foto qualunque, scattata con un telefono qualunque in un giorno qualunque di un mese qualunque ma per me vale tantissimo. Perché ogni volta, riguardandola sullo schermo rimpicciolito del mio smartphone, sono sicura che la sensazione sarà forte come quando i miei piedi poggiavano su quella roccia rossa e le lacrime rigavano il mio viso dalla gioia.

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Questa è stata la mia esperienza personale ma sono convinta che ognuno di noi abbia il suo Grand Canyon che lo attende da qualche parte nel mondo o anche a pochi passi da casa, e che non vede l’ora di essere ammirato.

Viaggiate (quando finalmente si potrà senza limitazioni) ed emozionatevi.

Qual è il vostro Grand Canyon?

Vittoria

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